Di intersezionalità e onore alle sue radici antirazziste. Questo è un estratto del numero 124 di Ojalá, la mia newsletter policulturale sulle parole che accolgono, pungono e trasformano.
In questo periodo sto preparando il materiale per una nuova formazione sull’approccio intersezionale nella comunicazione tra gruppi policulturali.
Che tradotto vuol dire: come si può comunicare con rispetto e consapevolezza in gruppi di persone eterogenee, con vissuti diversi e diversi gradi di privilegio ed esposizione a possibili discriminazioni?
Da buon ibrido policulturale quale sono, questo tipo di studio mi appassiona molto. E mi fa fare certi bagni di umiltà che lévati.
Mai come in questa epoca così complicata sento la responsabilità di continuare a lavorare con i linguaggi inclusivi e accessibili. Non ti nego che negli ultimi due anni ho avuto più volte la tentazione di defilarmi, passare ad altro, sopraffatta dalla congiuntura sociale, geopolitica ed economica dei tempi che viviamo. Ma forte del pensiero che anche decidere di defilarsi, a volte, può essere un modo comodo per esercitare il proprio privilegio, eccomi qui. Ancora: radicata, radicale, idealista.
Quelle parole con la i
Intersezionale è un aggettivo che, come inclusivo, negli ultimi anni abbiamo infilato un po’ dappertutto: a volte con piena consapevolezza, altre con entusiasmo ma poca chiarezza. Dalle bio di Instagram agli eventi e alle tavole rotonde (dove magari parlano sempre le stesse persone), “intersezionale” è diventato quasi un un bollino di garanzia, una sorta di parola jolly per segnalare una visione aperta e femminista della vita e degli ambienti che abitiamo. Una visione che spesso risulta in una depoliticizzazione dei discorsi, trasformandosi in quella che la sociologa Sirma Bilge chiama “intersezionalità ornamentale”1: come darle torto?
Il senso della prospettiva intersezionale, invece, viene da lontano e affonda le radici nelle traiettorie politiche e nell’attivismo del femminismo nero e antirazzista.
Per dirla breve, potremmo definire l’intersezionalità come la prospettiva teorica e, soprattutto, lo strumento di azione e giustizia sociale che tiene sempre in considerazione l’intreccio di oppressioni che gravano su gruppi minorizzati di persone.
Un esempio preciso di questo intreccio ce lo dà Mari Evans, poeta afroamericana e figura di spicco del Black Arts Movement, che fu esclusa dai circoli letterari neri degli anni ‘60 per essere lesbica. Così parlava della sua esperienza (i grassetti sono miei):
Spero che sempre più persone possano confrontarsi con il mio lavoro e con la mia identità, che trovino qualcosa nel mio lavoro che si riveli utile per le loro vite. Ma se non lo trovano, o non riescono a farlo, ci perdiamo tutti. Magari un giorno ci riusciranno i loro figli. Per quanto mi riguarda, confrontarmi con tutti gli aspetti che compongono la mia identità è stato necessario e molto generativo, e lo ripeto da tempo. Non sono fatta di un unico pezzo. Non posso essere solo una persona nera senza essere anche una donna, né posso essere una donna senza essere lesbica… Certo, ci saranno sempre persone, e nella mia vita ce ne sono state, che verranno a dirmi “Bene, a questo punto definisciti così e così”, escludendo altri aspetti di me. Farlo significherebbe commettere un’ingiustizia verso me stessa: un’ingiustizia nei confronti delle donne per cui scrivo. A dirla tutta, un’ingiustizia nei confronti di chiunque. Quando si circoscrive la definizione di sé a ciò che è conveniente o va di moda, o alle aspettative altrui, si perpetua l’inganno attraverso il silenzio.
— da Conversations with Audre Lorde, Jackson: University Press of Mississippi, 2004, pag. 72 – 73. La traduzione è mia.

Uno dei primi discorsi pubblici che oggi potremmo leggere in chiave intersezionale risale a due secoli fa. Sojourner Truth era una donna afroamericana nata in schiavitù, e diventata attivista abolizionista, che nel 1851 intervenne alla Conferenza sui diritti delle donne ad Akron, in Ohio: il suo intervento è passato alla storia per la celebre domanda “non sono forse anche io una donna?” — Ain’t I a woman? (ne avevo trascritto e commentato un passaggio in uno dei primi numeri di Ojalá).
Tra le prime pietre miliari della teoria dell’intersezionalità per come la conosciamo oggi, c’è il Manifesto femminista nero, scritto nel 1977 dal Combahee River Collective, un collettivo di donne nere di Boston. Lo puoi leggere qui in pdf e te ne traduco un passaggio:
Spesso facciamo fatica a distinguere l’oppressione razziale da quella di classe sociale e da quella sessuale, perché nella maggior parte dei casi queste esperienze si manifestano contemporaneamente nelle nostre vite. Sappiamo che esiste l’oppressione razziale-sessuale, che non è mai solo razziale o solo sessuale: pensiamo, per esempio, agli stupri perpetrati da uomini bianchi contro donne Nere, usati come arma di repressione politica.
Nonostante l’abbia chiamata anche teoria, l’approccio intersezionale rimane prima di tutto una pratica: non è un esercizio accademico, ma uno strumento analitico e politico che serve a confrontarsi e a combattere i sistemi di potere interconnessi che plasmano certe nostre vite. Per farlo servono le conoscenze teoriche ed empiriche, certo, ma poi bisogna passare alla difesa attiva dei diritti.
Intersezionalità non è una parola antidoto
Nel pezzo di Mari Evans che ho citato poco fa, il riferimento finale al silenzio mi ha ricordato una critica che viene posta, a seconda dei contesti, all’uso del termine intersezionalità: quando diventa una “parola contenitore” dentro cui annacquare le ingiustizie e le discriminazioni sistemiche che si preferisce non nominare.
Una sorta di edulcorazione, per cui preferiamo parlare di diversità e intersezionalità, invece che nominare il razzismo, il sessismo, il classismo o l’omolesbobitransfobia, per esempio. Ci nascondiamo dietro queste due forti “parole ombrello” e tiriamo un sospiro di sollievo per aver fatto il nostro dovere.
Il problema è che, così facendo, nascondiamo le relazioni di potere che governano le interazioni tra persone. Oscuriamo il fatto che ogni discriminazione esiste perché nasce dal potere esercitato da un gruppo dominante su altri.
Come dice Patricia Hill Collins — la puoi rivedere in questa conferenza dell’anno scorso all’Università di São Paulo —, la violenza è il volto del potere. Come facciamo a denunciare e smantellare le ingiustizie prodotte dagli squilibri di potere, se non le nominiamo?
Nominare le ingiustizie, ma anche riconoscere di essere a volte parte attiva di certe disuguaglianze, di avere cioè — in certi contesti — il potere dalla parte del manico, è una consapevolezza a cui non possiamo sfuggire. E dobbiamo riconoscerlo.
Per questo ho sempre insistito sull’importanza di parlare di linguaggi inclusivi, al plurale. Perché la prospettiva di genere, da sola, non basta. E perché, anche se l’aggettivo “inclusivo” è stato usato a sproposito in così tanti contesti da risultare ormai logoro, continua ad avere senso ribadirlo. Ci sono ancora molte situazioni in cui è necessario nominarlo, proprio per marcare la sua opposizione a condizioni quotidiane di esclusione sociale che abbiamo finito per normalizzare.
Un gazpacho di oppressioni
Da quando l’approccio intersezionale — chiamato per la prima volta così negli anni ’80 dalla giurista e attivista per i diritti civili Kimberlé Crenshaw — è entrato nei syllabus universitari e nelle formazioni ad hoc, sono spuntate molte metafore e illustrazioni per spiegarne il senso.
La più famosa, ideata proprio da Crenshaw2, è quella dell’incidente automobilistico che avviene nel punto in cui si incrociano la strada del sessismo e quella del razzismo. Così funziona la discriminazione nei confronti delle donne nere, diceva Crenshaw: è come un investimento simultaneo a opera di sessismo e razzismo. Ricostruire la dinamica di un incidente a volte può essere complesso, vanificando i tentativi di determinare quale conducente lo abbia causato. In questi casi, dice Crenshaw, è come se si decidesse di non ritenere nessuno responsabile, non chiamare un’ambulanza e permettere alle parti coinvolte di tornare in macchina e ripartire. La persona investita però rimane lì, sola, e dovrà lottare in tribunale perché le venga riconosciuta l’entità del danno.
Con il razzismo e il sessismo si possono intersecare, naturalmente, diverse altre discriminazioni: l’abilismo se la vittima è anche disabile, il classismo se parliamo di uno status socioeconomico vulnerabile, la lesbofobia se parliamo di una donna lesbica, e via dicendo. Ne avevo scritto più dettagliatamente in uno dei primi articoli del blog:
Da poco ho letto su El Salto un’intervista a Yásnaya Elena A. Gil, linguista, ricercatrice e attivista per i diritti linguistici, messicana e indigena del popolo mixe. Il cuore dell’intervista era dedicato alla stretta relazione tra la lotta per la salvaguardia del territorio e la lotta per i diritti linguistici — nel suo caso, la lingua mixe e il territorio della sua popolazione, nella regione di Oaxaca.
Ma c’è un punto, verso la fine, in cui Gil si esprime sul concetto di intersezionalità applicato ai moderni movimenti antirazzisti. Dice:
Non mi piace molto la parola intersezionale, perché non ci vedo “sezioni” dentro, non c’è modo di separarne i componenti. È come una zuppa. Quando prepariamo un gazpacho sappiamo che dentro ci sono pomodoro, peperone, cipolla: però prova a separarli e a dire “in questo gazpacho c’è questo ingrediente, qui ce n’è un altro”. Non li puoi separare. Così funzionano i sistemi di oppressione: a livello metodologico li separiamo, ma nella vita quotidiana non possiamo farlo. Di che sezioni stiamo parlando? Non ci sono sezioni che si incrociano, è tutto fuso insieme.

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